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Charlie🎖 Dispaccio #02 – Perché Afrin è un microcosmo che rappresenta la Siria

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Indice del pezzo

Il 20 gennaio la Turchia ha mosso guerra alla Siria, per la seconda volta nel giro di un anno. Più precisamente Ankara ha dato il via alla cosiddetta “Operazione ramoscello d’ulivo”. Un nome che nasconde un massiccio attacco nella zona Nord Occidentale del Paese, contro la regione autonoma di Afrin. La mossa di Erdogan ha gettato nuova benzina sul fuoco del conflitto siriano che quest’anno è entrato nel suo settimo anno. Questa “nuova guerra nella guerra”, ad uno sguardo superficiale, potrebbe sembrare solo un altro paragrafo del conflitto, una pagina regionale, che ha poco a che fare con il quadro generale che ormai ai più appare sbiadito e indistinto. In realtà l’operazione ramoscello d’ulivo è l’esatta rappresentazione di quanto visto in Siria negli ultimi sei anni. All’interno di questa guerra, che è stata anche ribattezzata “Secondo conflitto siriano”, ci sono tutti gli elementi tipici di quello che è stato il Paese mediorientale dalle Primavere arabe in poi. Osservare e capire quello che succede, anche sul terreno, permette di comprendere come funzionano una serie di fenomeni. Dalla proxy war, alla capacità della Russia di essere ancora ago della bilancia e all’ambiguità americana che rischia di sfociare in situazioni paradossali per cui due dei suoi alleati si fanno la guerra. Ma prima di capire quali saranno le conseguenze di questo nuovo “mini-conflitto” è meglio andare con ordine.

Gli antefatti: primo affondo contro la Rojava

La nuova operazione di Erdogan più che un’offensiva alla Siria, e al regime di Damasco, rappresenta una prima pugnalata ai curdi. Sì perché Afrin formalmente è un cantone indipendente di un soggetto più ampio: la “Federazione democratica del Nord della Siria”, nota molto più comunemente come Rojava. Ufficialmente il Kurdistan siriano nasce nel 2012, un anno dopo l’inizio delle Primavere arabe che hanno dato il via alla guerra civile siriana. Lo scoppio delle ostilità portò le forze di Damasco a ritirarsi dalla regione, che ospita prevalentemente curdi, lasciando così la possibilità alle milizie locali, l’YPG (e alle sorelle della YPJ, la controparte femminile) il controllo della zona. Se le milizie rappresentano il braccio armato, quello politico è il Partito dell’Unione Democratica (PYD) che nel novembre del 2013 ha proclamato la creazione dello Stato multietnico. Mai riconosciuta ufficialmente dal governo siriano, la Rojava ha svolto un ruolo chiave nella lotta allo Stato islamico, come vedremo tra poco, ma ha anche preoccupato non poco i vicini turchi del Nord.

Perché Ankara ha deciso di attaccare

La Turchia considera i curdi della Rojava, in particolare l’PYD, una diretta emanazione del PKK, il partito di estrema sinistra considerato un’organizzazione terroristica sia da Ankara che da Stati Uniti ed Europa. I legami tra l’organizzazione siriana e quella turca sono evidenti anche nei simboli e nell’impostazione ideologica, anche se la controparte del PYD ha sempre minimizzato. Per questo motivo la presenza di un vero e proprio Stato ai propri confini è sempre stato un problema centrale per la Turchia. Questa almeno in parte è la principale ragione che ha spinto Ankara a muoversi ma ovviamente non la sola.

Diversi media internazionali hanno spiegato la nuova offensiva come una reazione a un piano della coalizione internazionale anti-Isis a guida americana. Il 15 gennaio è uscita infatti la notizia che Washington stava lavorando alla creazione di una nuova unità, sostanzialmente una “guardia di frontiera” di circa 30 mila uomini con lo scopo sorvegliare i confini per impedire a Daesh di rinforzarsi. A comporre questa “guardia” sarebbero state le SDF, le forze democratiche siriane, un corpo misto voluto dagli americani che comprende anche combattenti arabi, ma che ha nei miliziani curdi il principale motore d’azione. Tale affermazione, parzialmente edulcorata due giorni dopo, ha mandato su tutte le furie il presidente turco. L’attacco si è quindi configurato come una reazione, con l’obiettivo di sconfiggere quelli che Erdogan definisce terroristi. In realtà, come ha evidenziato Reuters, un altro degli obiettivi dell’offensiva è quello di creare una zona cuscinetto ci circa 30 km per proteggere il confine turco. Non solo. Nei giorni successivi all’attacco il presidente ha spiegato che l’operazione vuole fermare lo scivolamento demografico: «il 50% della popolazione di Afrin è arabo, il 35% curdo mentre il 7% è di origine turcomanna. Vogliamo restituire Afrin ai legittimi proprietari», ha detto Erdogan. Diversi esperti però sono concordi nell’affermare che il “ramoscello d’ulivo” non è stata una reazione. «Non penso che l’annuncio americano di una forza di frontiera abbia spinto i turchi ad attaccare», ha raccontato Aron Lund della The Century Foundation a Defence Post. La pensa così anche Charles Lister, direttore dell’Extremism and Counterterrorism Program at the Middle East Institute: «Questa operazione era qualcosa di pianificato, è possibile che l’annuncio americano abbia accelerato i piani, ma non è stata la causa del conflitto».

Non è però la prima volta che la Turchia interviene attivamente in Siria. Tra l’agosto del 2016 e il marzo dello scorso anno l’esercito turco e le milizie ad esso collegate, quello che resta del FSA (Free syrian army), iniziarono l’operazione “Scudo dell’Eufrate” che mirava a raggiungere due obiettivi. Strappare territori allo Stato islamico, ma soprattutto contenere l’avanzata curda oltre la linea occidentale del fiume Eufrate per impedire che i due cantoni orientali della Rojava si unissero a quello di Afrin creando una continuità territoriale. Quella campagna, che vide anche la riconquista del villaggio di Dabiq (che dava il nome a una delle riviste del Califfato), si concluse con un sostanziale successo, anche se Ankara non riuscì a mettere le mani sul centro di Manbij. Una questione irrisolta che riporta all’attacco del 20 gennaio.

L’offensiva

Nei giorni precedenti all’attacco la Turchia ha martellato il cantone con una settantina di bombardamenti, mentre il 20 si sono alzati in volo i caccia che hanno bersagliato le postazioni di confine. I curdi, che pure non dispongono degli stessi armamenti, hanno risposto al fuoco colpendo i centri di frontiera turca, come ad esempio il centro di Kilis. Il 21 gennaio è poi iniziata la vera e propria offensiva di terra. Sul terreno si scontrano prevalentemente le milizie curde, stimate tra gli 8-10.000 uomini, e l’FSA che dovrebbe contare essere circa 25 mila unità. Non è invece chiaro al momento quanti siano i soldati turchi impegnati nelle operazioni. Nel corso della settimana le informazioni sull’offensiva sono spesso state contrastanti. La Turchia ha detto di essere penetrata per circa 5km mentre fonti curde hanno smentito lo sfondamento dicendo di essere riuscite a respingere l’attacco. Secondo diverse fonti il primo villaggio ufficialmente strappato alle milizie locali sarebbe stato quello di Shinkal nel Nord-Ovest del cantone, seguito da quello di  Adama lungo il confine occidentale. Il 22 gennaio invece Ankara ha confermato di aver catturato altri sette villaggi. In generale i fronti sui quali si è snodato l’attacco sono tre. Quello Nord, con la fresca conquista del villaggio di Aboudana, quello Centro occidentale nei pressi del centro di Ma’amala e la zona a Nord-Ovest con la cattura del campo di addestramento di Ali Biski. Ovviamente i numeri sulle vittime sono quanto mai incerti. A fornirli sono entrambi gli schieramenti con in più i dati del noto Osservatorio siriano per i diritti umani. Ma le cifre sono talmente diverse che è difficile capire quali possano essere quelle vere. I turchi parlano di 13 morti tra le fila dell’FSA e 3 dell’esercito regolare mentre sostiene di aver ucciso, ferito o catturato quasi 400 membri dell’YPG. I curdi invece parlano di 308 morti tra i turchi e 43 vittime tra le proprie fila.

Lo scontro visto al microscopio e la parabola dell’FSA

Lo scontro nelle alture di Afrin nasconde anche una storia nella storia. Quella dell’FSA. O meglio di quello che ne resta. Semplificando molto, possiamo dire che qualche mese dopo lo scoppio delle ostilità in Siria diversi oppositori del presidente Assad, anche grazie all’apporto di numerosi soldati e ufficiali che avevano disertato, avevano costituito una milizia dandogli il nome di “esercito siriano libero”. Dopo iniziali successi militari, il contributo logistico dell’Iran e delle milizie sciite prima, e l’intervento della Russia poi, hanno ridotto il controllo dell’FSA a pochissimi territori. Spingendola in una crisi aggravata anche dal sopravvento dei gruppi jihadisti, uno fra tutti al-Nusra e successivi re-brending, che di fatto rappresentavano l’autorità di al-Qaeda nella parte occidentale del Paese. Sostenuti dai paesi del Golfo e dagli americani, almeno durante la presidenza di Obama, i ribelli si sono progressivamente gettati tra le braccia di Erdogan. Un bel reportage del Guardian ha raccontato molto bene questo passaggio e di come la battaglia di Afrin riveli molto la loro dipendenza da Ankara. «Dobbiamo rinforzarci e ricominciare da capo», ha raccontato al giornale britannico uno dei loro comandanti, «la rivoluzione siriana è stata sconfitta militarmente, ma non è stato Assad a vincere». Ovviamente questo ha lacerato le coscienze di molti ribelli della prima ora, anche se alla fine il messaggio che è passato è molto chiaro: «La Turchia non ci ha abbandonato e noi non la abbandoneremo. Abbiamo più bisogno noi di loro». La speranza di molti combattenti è quella di guadagnare abbastanza potere negoziale con Ankara da avere il diritto a marciare sulla provincia di Idlib, per ripulirla da tutte le fazioni legate ad al-Qaeda. Già in agosto pare che un contingente di 700 uomini dell’operazione “Scudo sull’Eufrate” fosse stato mandato al confine turco con Idlib per preparare la prima fase di un’ipotetica offensiva. Ma tutto era poi stato bloccato in settembre per l’accordo a tre – Russia, Iran e Turchia – che prevedeva zone di de-escalation, tra le quali proprio quella di Idlib. Quello che traspare dai racconti dei miliziani è una certa ineluttabilità. La Turchia di fatto non ha mai promesso il supporto a un eventuale attacco ad Idlib ma allo stesso tempo ha investito soldi e mezzi per addestrare più di 10 mila miliziani. Anche se molti dei soldati sono consapevoli che ormai il loro potere negoziale è praticamente finito. Ma nell’attacco contro la roccaforte curda c’è anche una voglia di rivalsa. L’FSA considera i curdi responsabili della caduta di Aleppo. Per loro infatti PYD e YPG hanno avuto un ruolo essenziale nell’offensiva siriana occupando una delle linee di rifornimento alle zone controllate dai ribelli sei mesi prima della battaglia finale.

Il ruolo degli Stati Uniti

L’altra faccia della medaglia è quella dei curdi. Che lo scenario sia tutt’altro che una mera scaramuccia locale lo si capisce dagli alleati, gli Stati Uniti. Washington da almeno tre anni appoggia senza remora l’SDF. L’alleanza è stata molto proficua. In sostanza i curdi hanno svolto il ruolo di boots on the ground al posto degli americani e grazie ai raid della coalizione internazionale sono riusciti di liberare gran parte del territorio siriano orientale dalle bandiere nere del Califfato. Non solo. Che gli Usa abbiano riposto molta fiducia in queste milizie lo dimostra il fatto che è proprio in quei luoghi che operano dei soldati americani. Circa 2 mila uomini si trovano nell’area di Manbij, lo snodo sul quale voleva mettere le mani Erdogan. Più di qualcuno era disposto a scommettere che la caduta dello Stato islamico avrebbe chiuso il rapporto degli statunitensi con le milizie della Rojava ma a scompaginare ancora di più le carte c’ha pensato Rex Tillerson. Il segretario di Stato Usa ha spiegato che gli americani sono in Siria per restarci. Parlando in un incontro pubblico a Stanford ha chiarito che ci sono almeno tre ragioni per continuare a mantenere quella presenza: combattere al-Qaeda, ridurre l’influenza dell’Iran nella regione e garantire un percorso di pace senza il presidente Bashar al-Assad.

Contemporaneamente però gli Usa sono formalmente alleati della Turchia per via dell’appartenenza alla Nato. A questo punto immagino avrete un po’ di confusione. Com’è possibile che la Turchia, alleata degli americani, attacchi i curdi, alleati a loro volta degli americani? Effettivamente la situazione è quanto mai surreale. Per questo più di qualcuno ha fatto notare che Washington dovrà scegliere da che parte stare: se “tradire” i curdi rispettando l’alleato turco oppure insistere nel supporto all’SDF rompendo definitivamente con Ankara. Immaginiamo anche solo cosa possa succedere se gli americani fornissero armi pesanti ai curdi che poi verrebbero rivolte contro soldati regolari dell’ex impero ottomano. Ci si troverebbe nella situazione in cui un membro della Nato potrebbe chiedere aiuto agli alleati, e quindi anche agli Usa. E quindi gli statunitensi si troverebbero puntate contro armi che loro stessi hanno messo nelle mani avversarie.

Max Abrahms, docente di scienze politiche alla Northeastern University, ha scritto che gli Usa dovrebbero continuare a supportare i curdi, nonostante i legami con il PKK. Questo perché a suo dire rappresenterebbero un argine al radicalismo turco. Il supporto all’YPG servirebbe ad arginare l’influenza turca nella regione. Anche perché, evidenzia ancora il professore, la Turchia è sempre stata impegnata più a combattere i curdi che ad occuparsi dell’Isis dato che il Paese è sempre stato un’autostrada per i foreign fighters diretti nel Califfato. In realtà una delle ultime indicazioni suggerisce che Trump voglia tornare nell’orbita turca. Mentre ieri iniziava l’ottavo giorno dell’offensiva è arrivata la conferma che gli Usa non forniranno più armi all’YPG. L’ufficio di presidenza turco ha emesso un comunicato nel quale si riporta che Ibrahim Kalin, il portavoce del presidente Erdogan ha avuto una conversazione telefonica con il consigliere per la sicurezza nazionale Usa McMaster nel quale gli Stati Uniti hanno confermato che non forniranno più armi ai curdi. Una notevole retromarcia se si considera che non più tardi di due giorni prima il Pentagono aveva detto che avrebbe tracciato le armi date all’YPG.

La posta in gioco 

Il segnale di distensione lanciato da Washington non è causale dato che la posta in gioco è molto alta. Per prima cosa bisogna considerare che se Afrin dovesse cadere si estenderebbe la fascia di territorio in mano ad Ankara con un conseguente potere negoziale altissimo. In secondo luogo si apre la delicata questione di Manbij. Ieri il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlüt Çavuşoğlu, ha affermato che gli Usa devono ritirarsi dalla regione di Manbij immediatamente. Ventiquattrore prima il presidente Erdogan aveva ribadito la sua intenzione di spazzare via la Rojava con un’operazione diretta ripulire tutta la frontiera fino al confine con l’Iraq. Ma per i turchi lo scenario qui potrebbe essere molto diverso da quello di Afrin. In primo luogo perché come abbiamo visto nel cantone occidentale le operazioni stanno andando a rilento, poi perché la Rojava costituisce ancora il cuore pulsante delle operazioni americane in Siria. I miliziani curdi di Manbij hanno confermato di aver schierato nuovi militari lungo la linea del fronte per resistere a un eventuale attacco turco. Uno dei membri del consiglio territoriale di difesa ha anche confermato che le truppe della coalizione internazionale hanno intensificato i pattugliamenti, anche se in questo senso fonti dello schieramento a guida americana hanno negato nuove operazioni. Il portavoce della coalizione, il colonnello Ryan Dillon ha affermato che per il momento non ci sono stati cambiamenti nella frequenza e nelle modalità di pattugliamento. Ma in una videointervista al canale curdo-iracheno Rudaw ha ribadito che le forze americane sono lì per restare. Dillon ha spiegato che gli Usa sono sempre stati trasparenti con la Turchia per quanto riguarda la consegna delle armi all’SDF. «La Turchia sa dove sono le nostre forze e cosa queste forze stanno facendo qui e perché sono qui, ovvero prevenire ogni tipo di escalation tra i vari gruppi dell’area». Sulla telefonata di McMaster alle autorità turche il portavoce si è limitato a dire che la Coalizione continuerà a supportare le forze democratiche siriane nella lotta all’Isis. «Abbiamo detto questo a lungo e l’abbiamo detto agli elementi curdi dell’SDF. Noi forniamo l’equipaggiamento necessario per sconfiggere Daesh».  Per ora una delle opzioni più probabili è che che si arrivi a un nuovo negoziato tra Trump ed Erdogan che da un lato permetta ai turchi di fortificare la posizione nel Nord-Ovest della Siria e dall’altro lasci agli americani la possibilità di costruire una forza di confine in ottica anti-Isis ma soprattuto anti-iraniana.

Esiste per gli americani un modo di tenere il piede in due scarpe? James Jeffrey e David Pollock hanno provato a dare qualche suggerimento agli Usa su Foreign Policy.

  • Per prima cosa gli Stati Uniti dovrebbero incoraggiare il PYD a tagliare i legami con il PKK e allo stesso tempo ricordare alla Turchia che i loro alleati siriani non aiutano il partito curdo dei lavoratori dal 2012;
  • La seconda mossa prevede invece di creare dei canali di comunicazione diretta tra Ankara e i leader dei PYD coinvolgendo anche le milizie controllate dai turchi;
  • Il terzo, e più delicato passo, è quello di esplicitare chiaramente che gli Usa sono contrari al secessionismo curdo e all’ulteriore espansione in Siria. Allo stesso tempo gli americani dovrebbero garantire ai curdi che la Turchia non compierà incursioni nelle zone orientali della Rojava.

Ma le insidie per Washington restano comunque molto alte. Rispetto all’operazione “Scudo sull’Eufrate”, quella in corso ad Afrin è molto più “politica”. Erdogan vuole stroncare i curdi e questo a discapito della tenuta lungo tutto il fronte. Come ha scritto Daniele Raineri sul Foglio, il rischio maggiore è quello dell’effetto “coperta corta”. Per l’YPG Afrin è un cantone simbolico e impiegherà gran parte degli sforzi per difenderlo con il rischio di togliere energie al fronte orientale. Se è vero che la battaglia con l’Isis è stata vinta con la caduta di Raqqa, è anche vero che l’organizzazione di al-Baghdadi non è stata del tutto sconfitta e che annidata nel deserto e tra le montagne può ancora essere pericolosa. Con un effetto simile a quello dell’Iraq nel 2011, quando venne abbandonato dagli americani troppo in fretta lasciando che l’insorgenza prendesse il sopravvento creando le condizioni per l’ascesa del Califfato.

Gli effetti dell’offensiva

Quest’ultima offensiva potenzialmente può avere delle ricadute per la Turchia ma allo stesso tempo dare nuove opportunità al regime di Assad e alla Russia. Infatti al lettore più attento non sarà sfuggito che nel racconto di oggi sono mancati questi due attori. Ma andiamo con ordine. Partiamo da Damasco. Assad è stato l’unico a condannare apertamente l’operazione turca. Ma paradossalmente è anche il primo a beneficiarne direttamente. Un comunicato delle autorità di Afrin ha infatti chiesto ufficialmente alle forze siriane di intervenire contro la Turchia: «Il governo siriano, con tutti i mezzi che ha, dovrebbe affrontare questa aggressione e dichiarare che non permetterà agli aerei turchi di sorvolare lo spazio aereo siriano». E qui veniamo a Mosca. L’intera operazione turca è partita fondamentalmente con il beneplacito del Cremlino. Qualche giorno prima dell’inizio dell’offensiva una delegazione turca, composta dal Capo di Stato Maggiore e dal vertice dell’Intelligence turca, ha incontrato degli omologhi russi per discutere dell’operazione. Ventiquattrore dopo quell’incontro, il 19 gennaio, la polizia militare russa ha iniziato a ripiegare dal cantone fino ai centri di Zahra e Nubul. Le forze russe si trovavano infatti ad Afrin da marzo dello scorso anno. All’epoca il portavoce della coalizione anti-Isis disse che russi e americani erano così vicini chi si potevano vedere a vicenda. Quello che è chiaro è che i caccia turchi si sono alzati in volo perché Mosca l’ha permesso. La gestione degli spazi aerei sulla Siria è una questione delicata. E su Afrin ha potere decisionale la Russia. Discorso diverso invece per la zona di Manbij, dove domina la coalizione. Ecco quindi spiegato perché una nuova offensiva che miri a raggiungere l’Iraq sia molto più difficile da immaginare.

Ma perché Putin, che ha sempre sostenuto o comunque non ostacolato i curdi, ha deciso di dare mano libera alla Turchia? La risposta ovviamente non è una sola. Proviamo a metterle in ordine.

  • Aumentare il distacco tra Usa e Turchia, formalmente alleati nella Nato;
  • Aumentare l’influenza diplomatica nella regione;
  • Ottenere dalla Turchia un lasciapassare per quello che sta avvenendo a Idlib ovvero operazioni contro i jihadisti di Tahirir al-Sham (l’ennesimo rebrand di al-nusra), che in un primo momento Ankara aveva criticato come violazione dell’accordo di de-escalation.

Uno dei primi effetti intanto è stato quello di togliere curdi e ribelli dai colloqui di pace a trazione russa che si terranno a Sochi a partire da domani. La delegazione del PYD ha detto che non volerà in Russia perché l’aggressione della Turchia «contraddice il principio del dialogo politico». Discorso simile anche per il fronte dell’opposizione. Che attraverso i social ha detto di non voler andare a Sochi perché resta legata ai colloqui di Ginevra, ovvero ai tentativi (finora infruttuosi) fatti dalle Nazioni Unite.

Conclusioni

Il caso di Afrin rappresenta in modo abbastanza chiaro quello che succede in Siria da quasi sette anni. L’interferenza di potenze straniere, siano esse avversarie (come nel caso della Turchia e degli Stati Uniti) o alleate (Iran e Russia) influiscono pesantemente nel destino del Paese. Queste interferenze passano attraverso milizie locali, come l’FSA o l’YPG. Allo stesso tempo ci insegna come gli Stati Uniti non siano mai stati in grado di avere una posizione chiara nello scacchiere. L’altro elemento chiave riguarda la Russia. Se è vero che Putin ha dichiarato conclusa la campagna sul territorio siriano è anche vero che Mosca ha ancora un peso notevole, soprattutto per il controllo di alcuni spazi aerei. Che si sta rivelando decisivo nel caso di Afrin e che lo diventerà per quanto riguarda la sacca di Idlib. Allo stesso tempo pesa ancora il ruolo della coalizione internazionale che per il momento ha detto di voler rimanere nell’area fino alla completa sconfitta dell’Isis. Al momento quello che davvero potrebbe ribaltare il tavolo è l’attacco turco a Manbij. Se una volta sistemata la questione di Afrin, ammesso che la Turchia riesca a farlo senza finire nel pantano, Ankara volesse volgere le sue milizie verso quelle Usa, allora la politica di Washington cadrebbe, portando la contraddizione oltre il livello di guardia.