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Charlie🎖 Dispaccio #03 – Come Il Pentagono vede Pyongyang

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Indice del pezzo

La stretta di mano tra Cho Myoung-gyon, ministro sudcoreano dell’unificazione e l’omologo del Nord Ri Son-kwon non ha raffreddato le manovre e le tensioni sull’asse Washington-Pyongyang. Ma se Nord e Sud Corea si sono riavvicinati in occasione dei giochi olimpici di Pyeongchang, dalle parti di Pennsylvania Avenue il dibattito sulla pericolosità di Kim Jung-un è andato avanti. Secondo qualcuno siamo più vicini a un conflitto, altri invece sostengono che siamo di fronte ad atteggiamenti normali e programmati da parte dell’esercito americano. Ma andiamo con ordine.

Le divergenze con la Casa Bianca

Per prima cosa bisogna partire da una recente spaccatura che si è venuta a creare tra la presidenza e il Pentagono. La Casa Bianca nelle ultime settimane ha visto crescere una certa frustrazione nei confronti del dipartimento della Difesa per quanto riguarda i piani per un eventuale attacco contro la Corea del Nord. Secondo diverse fonti riportate dai media americani ci sarebbe una certa distanza tra l’entourage del presidente Trump e gli ufficiali della Difesa.

Da un lato il generale McMaster, consigliere del Presidente per gli affari di sicurezza nazionale, sostiene che per dare efficacia agli avvertimenti di Trump sia necessario che gli Usa si dotino di piani militari ben sviluppati; dall’altro invece il Pentagono è preoccupato che la Casa Bianca si stia avvicinando con troppa irruenza ad azioni che potrebbero dare il via a un’escalation ingestibile.

A complicare il tutto ci si è messo anche un “fuori onda” dello scorso luglio. Subito dopo il lancio di quello che è stato identificato come un missile intercontinentale da parte di Pyongyang, dalle parti di Washington venne convocato d’urgenza il National Security Council al quale parteciparono anche il Segretario alla Difesa Jim Mattis e il Segretario di Stato Rex Tillerson. Dopo il meeting McMaster lasciò la stanza della riunione mentre all’interno rimasero Mattis e Tillerson che continuarono a parlare tra di loro. Senza rendersi conto del fatto che molti dei partecipanti all’evento erano ancora collegati i due si lasciarono andare a una serie di commenti. In particolare il Segretario di Stato avrebbe giudicato eccessivamente aggressivo il comportamento del National Security Council.

La spaccatura è ancora più evidente se osservata dal Pentagono. Mentre McMaster è convinto che gli ultimi sforzi per negoziare con la Nord Corea abbiano spinto gli Usa a fare concessioni inammissibili, Mattis e il capo del Joint Chiefs of Staff, Joseph Dunford, spingono per una soluzioni che resti nell’alveo della diplomazia. Entrambi hanno sostenuto in più di un’occasione che non esiste nessuna opzione militare che non provochi reazioni pericolose di Pyongyang. Lo stesso Segretario alla Difesa nel corso del 2017 ha raccontato in un’intervista che una guerra contro la Corea del Nord sarebbe «catastrofica».

Dall’altro lato Tillerson è convinto che ci sia ancora margine per cercare una sponda diplomatica con il regime di Kim. Membri del Dipartimento di Stato hanno detto che non tutte le opzioni non-militari sono state usate per fare pressione su Pyongyang. Ad esempio si potrebbe spingere la Nord Corea fuori dalle Nazioni Unite oppure lavorare a un blocco navale che sospenda le violazioni dell’Onu da parte del regime.

L’addio di Cha a Seul e la paura di un’escalation

Questi almeno sono i piani a livello verbale, nelle dichiarazioni e nelle interviste. Diversa è invece la situazione dal punto di vista delle forze armate. Al momento le opzioni più aggressive sul tavolo sono tre: uno strike preventivo che metta fuori uso un missile sulla rampa di lancio; operazioni che puntino a distruggere l’infrastruttura nucleare nordcoreana; e infine una più complessa operazione che metta fuori uso sia il programma nucleare che missilistico. Quello più probabile resta il cosiddetto attacco “bloody nose”, del naso sanguinante. Ben raccontato su Formiche News. L’idea è quella di colpire un’infrastruttura chiave del regime in modo così rapido e violento da lasciare stordito l’avversario e soprattutto spaventato che l’attacco successivo possa essere ancora più devastante.

Uno dei più critici di questa strategia è stato Victor Cha. Docente della Georgetown University ma soprattutto ex candidato a ricoprire il ruolo di ambasciatore americano a Seul. La sua mancata nomina ha fatto scattare un grosso allarme negli ambienti diplomatici. Cha ha infatti espresso in più di un’occasione diverse critiche all’approccio muscolare di Washington. Tanto che in molti giudicano la sua mancata nomina come il segnale di una possibile guerra tra Usa e Corea del Nord. Fonti del Korea Herald hanno smentito che la cacciata fosse dovuta all’opposizione al Bloody nose, ma un editoriale a firma di Cha apparso sul Washington Post sembra indicare proprio questo. «La Nord Corea è una minaccia, ma la risposta non è quella che alcuni membri dell’amministrazione Trump hanno suggerito: lo strike preventivo». Cha a messo nero su bianco che un attacco simile riuscirebbe solo a rallentare il programma missilistico ma soprattutto non fermerebbe la proliferazione nella penisola. Ma il vero rischio resterebbe la reazione di Pyongyang. «Se crediamo che la deterrenza con lui non funzioni, come possiamo sperare che uno strike lo fermerà dal rispondere?», scrive ancora Cha, «E se Kim non è prevedibile, è impulsivo e irrazionale, come possiamo controllare l’escalation?».

Allo stesso tempo Cha mette in guardia sulla sicurezza dei cittadini americani in Sud Corea e Giappone (quasi 320 mila). Sarebbe difficile – scrive – evacuarli mentre dal cielo della Nord Corea arriva una pioggia di fuoco.

Cha, che ormai non ha più speranze di volare a Seul, fornisce all’amministrazione quattro suggerimenti dai quali partire. Per prima cosa Washington dovrebbe rinforzare la coalizione Onu che ha votato le sanzioni, magari ampliando il pacchetto. In secondo luogo gli americani dovrebbero avvicinarsi ancora di più agli alleati, Corea del Sud e Giappone, con una maggiore integrazione del sistema di difesa missilistico, condivisione dei dati dell’intelligence e migliore predisposizione alla guerra sottomarina. Terzo, gli Usa dovrebbero creare una più ampia coalizione per la deterrenza marittima con asset per intercettare eventuali vettori nucleari. Infine Washington dovrebbe continuare a preparare opzioni militari ma solo nel caso in cui Pyongyang attacchi per prima.

Una penisola pronta alla guerra (o quasi)

La grande domanda che resta sospesa è: quale dei due paesi potrebbe attaccare per primo? Quello che è certo è che la tensione rimane palpabile. Tammy Duckworth, senatrice e veterana della prima guerra del Golfo, è tornata da un recente viaggio lungo la zona demilitarizzata. Il suo primo commento dopo la visita è stato: «Gli americani, semplicemente, non si rendono conto di quanto siamo vicini a una guerra nella penisola». Parlando a un incontro alla Georgetown University Duckworth ha spiegato come dai suoi colloqui coi militari americani, sudcoreani e giapponesi emerga chiaramente che non siano mai stati così pronti a un conflitto. Quello che è poco chiaro è di che tipo di guerra stiamo parlando. Lo stesso Pentagono a novembre aveva spiegato che per mettere in sicurezza i siti nucleari della penisola sarebbe stata necessaria un’invasione via terra. Allo stesso modo neutralizzare l’artiglieria di Pyongyang avrebbe richiesto un massiccio flusso di truppe sul campo di battaglia. Senza contare che per difendere il proprio regime Kim metterebbe in campo anche il suo arsenale di armi chimiche.

In caso di risposta immediata a un tentativo di attacco bloody nose i primi a rimetterci sarebbero gli abitanti di Seul. Kim dispone di oltre 13 mila cannoni e lanciarazzi a corto raggio disposti a soli 40km dalla capitale sudcoreana. Secondo una stima del dottor Harlan Ullman pubblicata sul Financial Times sulla città potrebbero piovere circa 1.000 tonnellate di esplosivo al minuto e in un quarto d’ora ci sarebbe lo stesso numero di vittime causato dalla bomba nucleare che distrusse Hiroshima. In uno scenario simile i rifugi mappati dalla Reuters potrebbero non essere sufficienti.

Non bastasse questo, dal paese comunista arrivano notizie di preparazione ad un eventuale conflitto. Alexander Vorontsov ha raccontato su 38north, un centro studi sulla Corea del Nord, del suo viaggio a Pyongyang. Vorontsov ha detto di aver parlato con diversi membri del ministero degli affari Esteri a proposito di un eventuale conflitto tra il loro Paese e gli Usa. I nordcoreani hanno spiegato di non volere la guerra e di temere che a spingere saranno gli americani. Non solo. Gli stessi hanno confermato di chiedersi quando inizierà questo conflitto, dicendo anche di essere pronti e che da tempo i loro soldati «dormono senza togliere gli stivali».

I timori della senatrice Duckworth sono foraggiati anche da Robert Neller, comandante del Corpo dei Marines. Secondo il generale in caso di conflitto non sarebbe sicuro che le cose andrebbero come programmate dai vertici militari. Nonostante questa incertezza dalle parti di Washington, il Pentagono continua a lavorare per preparare un piano d’azione. Perché se molti generali insistono sulla necessità di lavorare con la diplomazia, è anche vero che il dipartimento della Difesa non può farsi trovare impreparato. In questo senso i segnali che potremmo scivolare verso un nuovo conflitto nella penisola ci sono.

Ci sono due dati che però è bene evidenziare. Per il momento Washington non ha dato disposizioni ai cittadini americani residenti nell’area, tra Seul e Tokyo, su eventuali evacuazioni. NĂ© ha dato indicazioni ai cittadini che intendono recarsi in quei Paesi. Questo dato non è da sottovalutare dato che solitamente è il primo passo per un’escalation. Dello stesso avviso è anche Joseph Yun, inviato speciale dell’America per gli Affari nordcoreani e vice segretario per la Corea e il Giappone del dipartimento di Stato Usa. Yun ha spiegato che tutte le opzioni sono sul tavolo, compresa quella militare, ma che è convinto che l’amministrazione Trump non sia vicina a spingere sull’escalation militare. C’è però un dato inquietante messo in luce da Giulia Pompili sul Il Foglio. Alcune Ong con personale straniero di stanza in Sud Corea avrebbero dato il via a un programma di evacuazione d’emergenza dei dipendenti verso Manila, nelle Filippine. Un dato che sommato al recente passo indietro su Cha alimenta nuove preoccupazioni.

Sullo sfondo resta la recente distensione olimpica intercorsa tra Pyongyang e Seul e allo stesso tempo la calma sul fronte missilistico. Kim non effettua test da novembre e tutto per il momento sembra presagire una certa calma. Ma le acque potrebbero farsi nuovamente agitate l’8 febbraio, il giorno prima dell’inizio dei giochi invernali. Pyongyang avrebbe infatti pianificato una parata per mostrare dozzine di missili a lungo raggio. Foto satellitari ottenute dal Wall Street Journal mostrano i preparativi per la sfilata poco lontano dal cuore della capitale. Secondo Stephen Wood, analista di DigitalGlobe, che ha ottenuto le immagini, dovrebbero sfilare anche 5 mila soldati che stanno provando la formazione da gennaio.

Verso la tunnel warfare

Negli ultimi mesi gli Usa hanno rinforzato la loro presenza nell’area, anche se con movimenti previsti da tempo, come il posizionamento di tre portaerei nel Pacifico o l’arrivo del sottomarino Uss Michigan in Sud Corea. Allo stesso tempo però anche le attività in patria stanno subendo delle accelerazioni. Al fianco di imponenti esercitazioni in North Carolina e Nevada, sono iniziate una serie di operazioni con un migliaio di riservisti per settare i cosiddetti “mobilization centers”, dispositivi per muovere le forze militari all’estero in modo rapido. Oltre a questo in febbraio, in occasioni delle Olimpiadi invernali, verranno mandati degli uomini per le Operazioni speciali. Se è vero che questo invio avvenne anche con i giochi di Rio del 2016, il loro invio potrebbe rappresentare un primo step verso qualcosa di ufficiale per la creazione di una task-forze in terra coreana simile a quelle che operano in Siria e Iraq, addirittura spostando parte di quelle forze proprio in Corea.

L’esercito a stelle e strisce è fondato sulla pianificazione e questo si riflette a tutti i livelli delle forze armate ma la sensazione e che le ultime mosse siano condizionate da quanto avviene in estremo oriente. Sebbene Mattis si sia più volte espresso a favore della via diplomatica, almeno una dozzina di ufficiali hanno raccontato al Washington Post che le ultime esercitazioni riflettono la risposta agli ordini del segretario per essere pronti in caso di operazioni sulla penisola coreana.

In realtà questi movimenti nascondono anche una nuova preoccupazione dei vertici militari. Dopo 16 anni di guerre tra Iraq, Afghanistan e Siria i generali in capo temono che l’esercito sia più preparato ad affrontare gruppi paramilitari di miliziani che costituiscono un’insorgenza come attori non statuali anziché fronteggiare Paesi e nazioni con un proprio esercito e una propria aviazione. C’è infine un ultimo dato a suffragio delle nuova linea che hanno preso gli addestramenti. Ovvero la scelta dei comandi di investire nel “tunnel warfare”. Migliaia di soldati hanno iniziato speciali addestramenti per combattere sottoterra, in condizioni di scarsa visibilità e mobilità. La Corea del Nord è uno dei Paesi con il maggior numero di tunnel e bunker, molti dei quali scavati lungo il confine con il Sud. Secondo una stima di un ex colonnello che servì durante la guerra di Corea fatta per l’Institute for Corean-American Studies, nel paese ci sono almeno 5 mila rifugi e tunnel sotterranei. Quelle strutture possono essere usate per nascondere truppe, ma anche artiglieria e armi chimiche o batteriologiche.

Al momento le due brigate che stanno eseguendo addestramenti di questo tipo sono la 101st Airborne Division e la 82nd Airborne Division. Gli addestramenti si protrarranno per tutto l’anno sia in strutture dedicate che in tunnel e bunker abbandonati intorno agli Stati Uniti. Il rischio di una guerra sotterranea non è nuovo. Già nel 2001, l’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld aveva lanciato l’allarme sulla Corea del Nord, in particolare sull’ammassamento degli armamenti sotto terra.

Solitamente l’esercito ha a disposizione due brigate per la guerra sotterranea. Negli ultimi anni sono spesso state impiegate in Afghanistan ma la nuova minaccia proveniente da Pyngyang ha reso necessario aumentare le fila, anche se il numero complessivo dei soldati non è noto.

Che questo contesto sia tutt’altro che tranquillo lo dimostra anche una recente esercitazione avvenuta in Sud Corea: alcuni soldati americani hanno simulato l’assalto a un bunker in una struttura abbandonata a nord di Seul. Non bastasse questo il Pentagono ha disposto l’acquisto di nuovi equipaggiamenti, attrezzatura per operare nei tunnel come radio, occhiali per la visione notturna, torce all’acetilene e cesoie. Accanto a questo sono aumentati gli ordini anche di veicoli leggeri per bypassare le scarse infrastrutture nordcoreane, come il Joint Assault Bridge, un tank che monta un ponte lungo 62 piedi. Il Pentagono negli ultimi mesi ha anche aggiunto nuovi missili Patriot e nuove bombe guidate di precisione per garantire che gli stock in estremo oriente siano sufficienti per un eventuale conflitto.

Ora gli occhi sono puntati sulle olimpiadi invernali e sulla sfilata che le due delegazioni coreane compiranno insieme. Resta da vedere cosa rimarrà della tregua olimpica. Ma quello che è certo è che Washington sta ultimando la messa a punto di tutte le opzioni, più o meno azzardate e più o meno sanguinose. Anche in questo caso a pesare sarà il rischio di incidenti e fraintendimenti. Pericolo che almeno fino al 25 febbraio dovrebbe rimanere sotto il livello di guardia.

Follow-up, dove eravamo rimasti

Alla fine la nuova Nuclear posture review è arrivata. Come anticipato nel Dispaccio #01, gli Stati Uniti sotto l’impulso dell’amministrazione Trump si sono dati una nuova policy atomica, la prima dal 2010. Il segretario alla difesa Mattis ha detto in una nota che i cambiamenti riflettono la necessità di guardare il mondo con realismo: «Vedere il mondo per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse». Il segretario all’Energia (che formalmente controlla l’atomo negli Usa) ha detto che mentre gli americani erano impegnati a ridurre l’arsenale, gli altri Paesi (in particolare Russia, Cina e Nord Corea) hanno fatto l’opposto. Come dicevamo nel primo vero numero della newsletter, il nuovo piano prevede l’introduzione di una nuova testata a basso impatto. Anche se il potenziale distruttivo rimane altissimo, basti pensare che un tipo di arma del genere è stata già usata e ha raso al suolo Hiroshima e Nagasaki. L’idea alla base di questo nuovo armamento risiede nella convinzione che la Russia possa attaccare uno Stato alleato e usare le sue testate nucleari a basso potenziale per portare avanti un limitato attacco atomico impedendo così l’intervento delle truppe americane. Per questo motivo, ha spiegato il Pentagono, è necessario dotarsi di mini-testate riequilibrando la deterrenza. Il nuovo piano prevede anche l’introduzione di un nuovo vettore, un missile cruise sottomarino, noto come SLCM  che l’amministrazione Bush aveva smesso di schierare e l’amministrazione Obama tolto dagli arsenali. Secondo gli ufficiali l’SLCM servirebbe a rassicurare Giappone e Sud Corea dalla minaccia nordcoreana e mettere pressione alla Russia che viola il trattato sui missili di media gettata.

Il rapporto definitivo è già sotto esame e ne parleremo presto qui su Charlie, anche con il commento di esperti.